Marylin Manson – Antichrist Superstar (1996)

26/01/13 11:25 PM

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Discutere oggi di questo classico dell’industrial metal – ma l’etichetta potrebbe non avere alcuna importanza, in questo caso – rischia di farci scivolare in discorsi predefiniti, preimpostati, e che riducono il tutto alla dicotomia “detrattori vs fan aprioristici“. Una contrapposizione che si riflette in tutto il disco, a partire dal nome dell’artista che evoca da un lato la bellezza di Marylin Monroe e dall’altro la ferocia di Charles Manson: proprio lui, Marylin Manson (al secolo Brian Hugh Warner), personaggio oggetto di critiche e polemiche feroci da parte non solo dei soliti moralisti-conservatori, ma anche – e spiace riconoscerlo – da buona parte della comunità metal e punk. Questo a mio avviso mostra, al di là delle ragioni e dei torti, quanto sia stato ben costruito il personaggio dell’”Anticristo Superstar” per eccellenza, certamente non il più blasfemo artista mai partorito dalla Madre Terra (per quello ci sono già i Deicide), ma sicuramente uno dei più discussi. Ed in questo saper far parlare di sè, secondo me, in questi anni è risieduta gran parte della sua forza: un predominio artistico che il nostro instaura a mio avviso nel 1996 con Antichrist Superstar, un piccolo capolavoro di sonorità industrial, terrificanti e post-apocalittiche coniugate con spirito, attutidine e violenza sostanzialmente punk. Certamente uno dei lavori compositivamente più limpidi, ben strutturati e meglio concepiti da lui e dalla sua spaventosa band, capace di scuotere e far riflettere il pubblico (e anche parecchio). Il notissimo brano “The beautiful people” suona come una condanna senza appello contro il conformismo di certa parte della società, propinando nel contempo perle pseudo-filosofiche (“non puoi sapere se c’è una foresta se vedi solo degli alberi”, “se vivi con gli uomini-scimmia, è difficile restare pulito”) ed una direttissima considerazione finale (“il capitalismo ha trasformato tutto e l’ha reso così, il fascismo di vecchia scuola lo porterà via“). Un brano diretto, sostanzialmente melodico pur nella sua insana ferocia che rivaleggia con l’altro pezzo da novanta del CD, ovvero “Irresponsibile Hate Anthem“, capace di fulminare senza esitazione l’ascoltatore fin dal primo ascolto con una sfuriata ciclopica, tanto semplice nella struttura ritmica quanto martellante. Questi due brani sono certamente quelli che rimangono più impressi, ma c’è dell’altro: “Antichrist Superstar” è caratterizzato da perle di rumorismo industriale senza tempo quali l’incalzante Mister Superstar, oppure “l’inno al pogo” 1996 – l’anno di uscita del disco – o la splendida “Angel with the scabbed wings“. Molti altri brani mostrano idee decisamente notevoli ed innovative per l’epoca (per quanto spesso solo parzialmente), ricche di sonorità sconnesse, cori inquietanti, suoni metallici sinistri, oscuri sintetizzatori ed un piede “a tavoletta” sull’acceleratore nella frenesia di vomitare più odio ed indisponenza possibili. Conclude il giro nella giostra del terrore “Man that you fear“, un cupissimo brano che racconta di un innocente ragazzino diventato, per svariate cause, un mostro senza cuore (“I was born into this Everything turns to shit The boy that you loved is the man that you fear“), che si declina nichilisticamente (“Pray now baby, pray your life was just a dream“) come un gigantesco atto d’accusa contro la generazione dei propri padri (un po’ come, mutatis mutandis, avviene nel brano Dyer’s eve dei Metallica). Un disco quindi non propriamente capolavoro, per quanto ampiamente sottovalutato e da riscoprire ancora oggi, visto che riesce a suonare decisamente attuale.

Pontypool – Zitto o muori (B. McDonald )

25/01/13 9:01 AM

Grant Mazzy è uno speaker radiofonico quasi a fine carriera, che conduce il suo programma assieme all’ansiosa produttrice e ad una giovane regista. Durante la diretta arrivano notizie inquietanti: sembra che Pontypool, la città in cui è ambientata la storia, sia stata contagiata da una misteriosa epidemia… Leggi tutto »

Phobb – RIP with beer (2012)

24/01/13 9:19 PM

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RIP with beer è l’ironica dichiarazione (alcolica) di intenti dei Phobb, band attiva nel cosentino dal 2009 che vede nascere il suo primo EP registrato nei Sound Factory Studios di Cosenza, città che ospita quasi tutti i componenti della band. Un riff velenoso introduce “Rock button” e ci introduce a suo modo nell’atmosfera creata dal gruppo, il quale – immerso in influenze musicali diversissime tra loro, 70% hard rock e 30% metal – deve certo moltissimo alla scuola Kyuss e Tool, e si caratterizza per un’approccio musicale diretto quanto alla ricerca di una dimensione propria. È chiaro da subito che i nostri non intendono emulare passivamente nulla di quanto sia stato già registrato in passato, e tendano a segnare soprattutto una linea di confine molto chiara tra old-school e produzioni moderne.

Ne risulta un sound ben prodotto, propenso alle innovazioni sonore e ad un minimo di ricerca musicale per quanto, a ben sentire, non troppo consono a chi si dichiari fanatico delle produzioni “nude e crude” ottantiane che al momento attuale, con pochissime eccezioni, possono permettersi davvero in pochi (a parte i gruppi storici, forse). Il resto dell’EP mostra da un lato sfaccettature rock blues  (Drawn on a wall) e altre puramente groove (Johnny Guest), con una sostanziale intenzione di valorizzare la voce di Giuseppe, corrosiva e fulminante al punto giusto. Un EP che lascia intravedere la ri-creazione di una scena concreta anche da queste parti, dove solo poche band riescono ad esibirsi con continuità e combattendo, in un certo senso, contro un pubblico che è spesso poco propenso a novità di questo tipo. Lo sforzo della band andrebbe invece pienamente apprezzato, nella speranza che si continui a definire un sound compatto, massiccio e personale senza rischiare “pericolosi” passaggi eccessivamente derivativi.

Formazione:

  • Peppe-Vocals
  • Al-Guitar
  • Mike-Bass
  • Jax-Drums

Allison Flower – Mirrors (2012)

24/01/13 9:01 PM

Allison Flower è un’attitudine musicale (nata in zona Cosenza) complessa da descrivere, per quanto prenda origine a mio parere dai classici del rock di ogni tempo e grado (SoundGarden e Tool in primis, ma anche Nirvana e rock più “generalista”). La voce potente ed espressiva di Giuseppe Oliva rimane probabilmente l’aspetto più caratterizzante della band, che si esprime con grande intensità per la durata di tutto l’EP e con una produzione, c’è da sottolineare, decisamente superiore alla media delle band underground del genere. Non è facile scrivere di più a riguardo dall’ascolto di quattro soli pezzi, a parte sottilinearne la buona compattezza musicale per quanto essa, di fatto, sia stata “azzardata” soltanto in parte. Con questo voglio intendere che la band ha ricalcato con grande perizia il meglio del rock anni 90, confermando un’attitudine “passatista” che ben si concilia, tutto sommato, con il buon livello compositivo raggiunto (anche grazie, a mio avviso, alla partecipazione del chitarrista Danilo Di Palma in due brani).

Un tipo di sound, quello degli Allison, che strizza l’occhio a vari sottogeneri senza volersi adagiare passivamente su nessuno di essi: siano esse vicine alle urla disperate di Kurt Kobain, alle digressioni progressive dei Tools (che rimangono per me la componente di sound più adatta a descriverli) o i momenti più intimisti, più autenticamente rock, senza fronzoli, più … tutto. Un’idea quasi universale di musica, che rifiuta di legarsi alla scialbe catalogazioni critiche e che dovrebbe, a mio avviso, osare ancora di più, spingendo il pedale dell’acceleratore su una continua e profonda ricerca musica. In attesa di un LP che potrebbe rivelarsi un’autentica sorpresa…

Formazione

  • Joss Alive (voice-guitar)
  • Luis (guitar)
  • JpManux (Drums)
  • Gezz (Bass)

Info: ReverbNation

Suicide Club (S. Sono, 2002)

24/01/13 8:59 PM

Tokio sembra essere in preda ad un’epidemia di suicidi: prima 54 adolescenti si gettano sotto un treno, poi un’infermiera si lancia nel vuoto e degli studenti emulano il gesto dal balcone della scuola. Un poliziotto indaga sulla questione scoprendo verità inquietanti…

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In breve. Diffidate da qualsiasi recensione troppo entusiastica perchè il film, certamente non brutto di suo, non riesce a cogliere nel segno. Troppi accenni, troppe cose sconnesse, un’eccessiva smania di stupire e delle interpretazioni non esattamente di livello riescono a far affondare un’idea che forse, in mano ad altre menti, sarebbe diventata decisamente accattivante.

Diretto nel 2002 dal visionario Shion Sono (già noto per il disturbante Strange circus), Suicide Club (noto anche come “Suicide Circle“) è un film riuscito solo a metà: se da un lato scatena suggestioni impulsive (la paura del suicidio è senza dubbio uno dei tabù più colossali della società moderna), e nonostante riesca a divagare con una certa coerenza sul tema, oltre che con un sentito gusto per il grottesco e l’esagerazione, ne risulta una pellicola ampiamente sopravvalutata e sopravvalutabile. Non male il livello di splatter, per quanto molte scene siano ai limiti dell’artigianalità più grossolana (quasi a livello dei b-movie horror italiani anni 80); decisamente più suggestive molte delle scene topiche, tra cui il suicidio in metropolitana che vediamo all’inizio, e le morti più improbabili che rivaleggiano con quelle viste in “Final Destination“. La parola “capolavoro”, tanto abusata in queste circostanze, ci deve piuttosto ricordare che non affatto basta scomodare temi forti e coniugarli con mano esperta per essere considerati cineasti di livello.

Questo difetto, a mio avviso, si concretizza per almeno due ragioni: da un lato non si capisce quasi per nulla dove il regista sia voluto andare a parare (cosa piuttosto chiara, invece, nella metafora circense del succitato film), dall’altro la trama appare piuttosto sconnessa, caotica, in certi passaggi si fatica a capire cosa stia succedendo – il finale è visionario o reale? Nonostante alcune trovate decisamente crudeli quanto azzeccate – la cintura di pelle umana è destinata a scolpirsi nella memoria di tutti gli spettatori – vi sono troppi momenti di sottovuoto spinto che distraggono l’attenzione del pubblico, e non riescono a mio parere a coinvolgerlo come si dovrebbe. Eppure le idee non mancano, del resto il tema era parecchio ghiotto: il focus è posto sull’alienazione dell’uomo moderno, svilito da mille giocattoli futili e disumanizzato al punto di sentirsi “solo tra la folla” come unica, autentica, condizione di esistenza. Una solitudine lacerante che porta a voler terminare la propria vita anche senza una reale ragione, ma semplicemente perchè la società lo imporrebbe con i suoi ritmi pressanti ed autodistruttivi. Molti altri registi hanno lavorato in questa direzione, e pur sviluppando trame spesso ai limiti dell’astrattismo (penso a Tetsuo, ma anche a Izo ed ovviamente a Der Todesking) sono riusciti a cogliere nel segno: Sono, al contrario, concretizza diversi incubi metropolitani moderni in perfetta penombra, e mostra teenager incoscenti propensi a trovarsi una fidanzata con la stessa tranquillità con cui commetterebbero un suicidio di massa. Del resto non era male lasciare un bel punto interrogativo sulla natura dell’eventuale setta che sembra aver condizionato le menti dei giovani mediante internet: ma i particolari del puzzle appaiono distanti tra loro, troppo per parlare di un film davvero memorabile.